• Elena Abbagnano

Viaggiare col velo: cronache di un’italiana in Iran

Quando l’aereo atterra a Imam Khomeini, l’aeroporto di Tehran, Iran, l’altoparlante non ti dice: benvenuti a Tehran, la temperatura esterna è di ventidue gradi siamo lieti che tu abbia scelto la nostra compagnia. L’altoparlante dice: ricordiamo a tutte le donne che per scendere dall’aereo è obbligatorio coprirsi la testa.

È un impatto forte, fortissimo. Mi sono sentita intrappolata in quell’aereo. Per la prima volta nella mia vita ero davvero obbligata a fare qualcosa. La voce era stata chiara: senza velo, non potevo scendere.


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L’Iran è un paese musulmano di origine sciita e come tale, rispetta la Shariʿah sia per le questioni private che per le procedure penali. Per le donne vuol dire tante cose. Vuol dire non poter salutare un uomo per strada stringendogli la mano. Dover salire sull’autobus dalla porta centrale. Dover uscire di casa con gambe, braccia e capelli coperti.

E dato che è una legge, questo vale anche per le donne straniere in visita.


Come italiana, coprire gambe e braccia non è stato un problema. Pantaloni lunghi, anche di lino durante l’estate, maniche dai tre quarti in giù. Non troppo diverso, in fondo, da come mi vesto tutti i giorni durante le stagioni invernali. Ma non poter girare con la testa scoperta, neanche in macchina, neanche nelle hall degli alberghi, era opprimente.


Per capire brevemente di cosa sto parlando, esistono quattro grandi categorie di veli:

  • l’Hijab, quello che tendenzialmente indossano le turiste per girare in città, è un fazzoletto o una sciarpa che copre la nuca, in capelli e le orecchie.

  • Il Chador, che vi daranno da indossare per entrare nelle moschee e nei luoghi sacri, soprattutto nelle tombe degli Imam, è una cappa nera che non copre solo la testa ma tutto il corpo, fino ai piedi. È molto scomodo perché sul davanti è aperta e va tenuta chiusa con la mano.

  • Il Niquab non è obbligatorio per le turiste ma è molto diffuso nei paesi del sud, dalle tradizioni più severe. Copre tutto il corpo e parzialmente il viso, lasciando scoperti solo gli occhi.

  • Il Burka, che solo le famiglie più tradizionaliste impongono di indossare, copre interamente la donna, lasciandole solo una retina davanti agli occhi per poter vedere, ma non essere vista.




Il primo giorno avevo paura che mi cadesse. Sempre. Avevo costruito un complesso sistema di mollette e forcine che al minimo movimento brusco tremava e minacciava di distruggersi. Camminavo, e la mano andava istintiva a fermare il velo sul capo. Era istinto di sopravvivenza. Sentivo la testa prudere, il sole battere, gli occhi degli uomini comunque su di me, come se il velo non fosse abbastanza per proteggermi dai loro sguardi e dalle loro leggi.


Abituarsi non è semplice e dieci giorni, il tempo del mio viaggio, di certo non bastano. Ma poco a poco, ci fai i patti. I bazar erano pieni di veli colorati, di varia misura, e in fondo a Teheran basta che hai un fazzoletto in testa per poter girare senza timori. Ho imparato che in fondo basta evitare il rosso e il rosa durante il mese di Muharram, perché gli sciiti piangono l’Imam Hussein. Ho imparato che a Tehran, il velo è sociale, politico, religioso, ma che ci sono mille modi per portarlo, giocarsi, valorizzarsi.


Poi, ho lasciato Tehran. Sono arrivata al sud del paese, verso Kashan, Kerman, Yazd.

Ho visto le donne e le ho scambiate per fantasmi neri, spettri che scivolano lungo le strade evitando di fare rumore, senza la possibilità di incrociare il tuo sguardo, perché il loro è coperto. Mi sono domandata cosa ci avrei letto, nel loro sguardo. E mi sono vergognata di aver perso tanto tempo nei bazar, a provare fazzoletti verdi e blu e immaginare quale mi sarebbe stato meglio.



Il velo non è una moda. E scendere da un aereo e dover indossare un velo, anche se è giallo e si abbina alle scarpe, è una sensazione che non si scorda. Anche se sei la viaggiatrice più esperta del mondo, anche se quella cultura la conosci, la apprezzi, anche se in fondo entrare così tanto nelle usanze di un paese ti intriga, ti incuriosisce, devi essere pronta ad esserne devastata.

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Chi sono

Credo nel lorem ipsum, in Gabriel García Márquez e che una penna ti possa portare ovunque. Non ho ancora deciso se mi piace più leggere o più scrivere e nel dubbio faccio entrambi, continuamente. Nel tempo libero fuggo, che sia fuori Roma o dall'altra parte del mondo: così è nato vongolainviaggio.

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