• Elena Abbagnano

La verità è che io Cuba non l’ho capita

Quando mi chiedono come sia andato il mio viaggio a Cuba sorrido. Mostro entusiasta la mia abbronzatura caraibica intorno a tante facce grigie e snocciolo una seria di “bellissima”, “posti incredibili”, “un viaggio da fare”. Però io mica l’ho capita tanto bene. Forse ci sono stata poco, forse sono stata nei posti sbagliati, forse nel periodo sbagliato. Ma la verità è che io Cuba non l’ho capita.


Sono atterrata all’Avana, il 26 dicembre, con una valigia piccola e tanta voglia di sole, di colori e di odori forti. Ho trovato tutto quello che stavo cercando: strade assolate, case e vestiti carichi di blu, gialli e verdi, musica per le vie ciottolate. Una magia.


Poi mi sono accorta che per strada, ballavano quasi solo europei. Qualche cubano insegnava dei rudimentali passi di salsa ma poi, a conquistare la scena, erano loro. Guance scottate e grandi cappelli, vestiti a fiori e pelle bianca, proprio come la mia. Proprio come me.



Credo che Cuba sia come quando senti di quelle storie in cui un tizio gratta via la vernice di un bellissimo quadro moderno e sotto ci trova un Van Gogh. Rovinato, ma pur sempre un capolavoro. Che tu pensi che comunque quello era un pazzo a grattare via la vernice da un bel quadro, ma in fin dei conti non era del tutto pazzo. Era anche coraggioso. Ecco, per grattare via la vernice delle strade coloratissime di Cuba devi essere un po’ pazzo e un po’ coraggioso, e anche così, io il Van Gogh sotto ho capito che c’era, mi sono emozionata per la mia scoperta, ma mica l’ho visto bene com’era. Non sono riuscita a grattare via tutto.


Dopo l’Avana ho raggiunto la Baia dei Porci, e qui non c’è turismo che tenga: quando si tratta di storia, ti emozioni e basta, a prescindere dal resto. Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos. Quei nomi a Cuba sono dappertutto. Sono come la rivoluzione: ovunque. È scritta in rosso sui muri scrostati, è pronunciata con fierezza da chi la ricorda, da chi la vive ogni giorno. Si dice che Cuba es libre ma i cubani mica tanto: nessuno mi ha mai detto nulla di negativo. Non sulla rivoluzione, non sul regime, non sui suoi protagonisti. L’ambiguità di Fidel Castro, che da noi è storia appurata, lì sfuma in citazioni coraggiose e storie che si perdono nelle notti degli anni ’50.



E poi Trinidad, un piccolo gioiello sporco. Cuba me la immaginavo proprio così: bollente. Casette piccole, un po' masticate e bellissime. Tutti in strada, tutti insieme. Musica nella piazza principale, Canchanchara a tutte le ore del giorno. A un mercatino ho comprato degli orecchini, e dopo aver pagato la ragazza mi ha guardata negli occhi. Aveva la mia età, un sorriso pulito sulle labbra, una treccia elaborata sulla testa. Mi ha chiesto delle caramelle. Delle caramelle. Perché non è solo povertà: a Cuba le persone non hanno le cose. Trovare un maglioncino è un’impresa. Quando finisce la farina, niente più pane, in tutta l’isola. Hanno le razioni per tutti, due uova a settimana, un po’ di moros y cristianos (il piatto nazionale, riso e fagioli) per sopravvivere, ma se gli dai un chewing gum loro si sentono fortunati. Non lo so, non l’ho capita. È una povertà diversa da quella che siamo tristemente abituati a vedere, non sono i bambini con la pancia gonfia dei villaggi africani, non sono i profughi che hanno perso tutto. È una povertà più subdola, disarmante, nascosta da un grande teatrino che l’isola mette in scena ogni giorno per i suoi turisti. E allora paghi volentieri degli orecchini 15 cuc, perché quella ragazza con il sorriso pulito tu vorresti vederla sorridere davvero, e non per il teatrino.




E poi Varadero. Grandi resort per spiagge bianche e l’acqua cristallina. Il mar dei Caraibi ragazzi, il sole sulla pelle e una Pina Colada sempre in mano. Ma con Cuba cosa c’entra? Io cubani non ne vedo. I cubani qui al mare mica ci vengono. I cubani questa Cuba, mica la vivono.


Forse mi sembra una caramella. Una di quelle belle, bellissime, che ti fanno venire l’acquolina in bocca. Incartata con velina colorata e un piccolo nastro d’argento. Quando la scarti però, è diverso. Non te l’aspettavi mica così amara. Non ti aspettavi che la tua guida, una laurea in scienze politiche alle spalle, non conosce i suoi nipotini perché loro vivono a Miami e a lui il visto l’America non lo dà, perché temono che in America poi ci resti.


La verità è che io Cuba non l’ho capita ma ci tornerò, per capirla meglio. Per scoprire un posto, magari una piccola città nascosta nell'entroterra, in cui la diffidenza per il turista non è ancora arrivata. Spero solo di arrivare prima io.



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Chi sono

Credo nel lorem ipsum, in Gabriel García Márquez e che una penna ti possa portare ovunque. Non ho ancora deciso se mi piace più leggere o più scrivere e nel dubbio faccio entrambi, continuamente. Nel tempo libero fuggo, che sia fuori Roma o dall'altra parte del mondo: così è nato vongolainviaggio.

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