Chi sono

Credo nel lorem ipsum, in Gabriel García Márquez e che una penna ti possa portare ovunque. Non ho ancora deciso se mi piace più leggere o più scrivere e nel dubbio faccio entrambi, continuamente. Nel tempo libero fuggo, che sia fuori Roma o dall'altra parte del mondo: così è nato vongolainviaggio.

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© Elena Abbagnano Trione 2020

  • Elena Abbagnano

L’arrivo a Machu Picchu, meraviglia del mondo

È l’alba, ma la realtà è che in questo viaggio mi sono svegliata talmente presto talmente tante volte che non ci faccio più caso. Mi sveglio con il rumore di una cascata e i capelli umidi: è il fiume Urubamba, che ha accompagnato il mio viaggio lungo la Valle Sacra. Ho seguito il suo corso ieri, su un treno di legno, mentre attraversavo la sierra per arrivare ad Aguas Calientes. Quanti nomi, uno più suggestivo dell’altro. La cascata, la natura, poco altro: mentre salgo con il pullman verso l’ingresso di Machu Picchu penso distrattamente che basta quello. Ad ogni curva sali di più, ti perdi nella foresta amazzonica e al tempo stesso la guardi dall’alto.


Quando il pullman mi lascia all’ingresso, penso che potrei scendere in quel momento ed essere comunque soddisfatta. Ho quella sensazione di vertigini e paura che ti accompagna quando hai atteso per tanto tempo di vedere qualcosa e ora non sai se soddisferà le tue aspettative. Prendo il sentiero, un passo dopo l’altro. È presto ma non fa freddo.

Cerco il sole, in attesa dell’alba, ma mi accorgo che non c’è il sole, non c’è il cielo: le nuvole hanno invaso le montagne, e io sono sopra le nuvole. Una coltre bianca che mi separa dal resto del mondo. È strano, per un momento mi dimentico chi sono e cosa faccio qui, tutto quello che vedo è bianco.


Continuo a camminare, l’aria è rarefatta ma non è qui che perdo il fiato. Mi ci vogliono ancora un paio di passi. È dietro una vecchia casa in legno, basta sporgersi un pochino per vederla. Machu Picchu. L’unico posto che le nuvole non coprono, tanto che sembra sospesa nel cielo. Sono una dei primi visitatori, sono tutti lì accanto a me. Tra le rovine non c’è nessuno, eppure non sembra una città fantasma, sembra proprio una città sacra, che un dio celeste di chissà quale religione tiene gelosamente tra le mani.


Sento gli occhi pizzicarmi, e non so se mi viene più da ridere o più da piangere per lo spettacolo incredibile che ho ai miei piedi. Mi sento custode di un segreto impensabile, la ridicola idea che le foto non rendono, le parole non rendono, non esiste un modo per spiegare il vuoto nella mia pancia, che è pieno di emozioni che ancora non conoscevo. Si chiama meraviglia del mondo perché anche se sei preparato, se l’hai vista e rivista e hai paura di essere delusa, ti meravigli come se non ne avessi mai sentito parlare prima.


E segui il percorso, sali sulle montagne vicine, scendi a esplorare ogni piccola pietra lasciata lì da un popolo che finora pensavi di aver conosciuto, e ad ogni angolo la sorpresa è più grande, ogni volta che ti si riapre quella visuale hai quella stessa sensazione allo stomaco, che ormai non è più uno stomaco ma una grande altalena.

Machu Picchu. Meraviglia del mondo, meraviglia mia.



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