Chi sono

Credo nel lorem ipsum, in Gabriel García Márquez e che una penna ti possa portare ovunque. Non ho ancora deciso se mi piace più leggere o più scrivere e nel dubbio faccio entrambi, continuamente. Nel tempo libero fuggo, che sia fuori Roma o dall'altra parte del mondo: così è nato vongolainviaggio.

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© Elena Abbagnano Trione 2020

  • Elena Abbagnano

All'alba sul Gange



Quella mattina, la sveglia è suonata alle quattro e per un momento l’ho maledetta. Poi mi sono ricordata dove mi trovassi, e immobile nel mio letto ho cercato di ascoltare i suoni che venivano da fuori. Il traffico a Varanasi è insostenibile, e l’uso smodato dei clacson fa concorrenza a una qualsiasi maleducata metropoli occidentale, eppure a quell’ora del mattino c’era un silenzio irreale tra le strade vuote. Ho indossato dei sandali e dei pantaloni di lino e sono scesa, verso la strada principale, quella che porta al Gange. Era buio, ma faceva caldo comunque. Mi sentivo appiccicosa nonostante la doccia appena fatta.


Ho camminato una ventina di minuti per arrivare alla riva del fiume sacro e mano a mano che mi avvicinavo, si univano nel mio cammino sempre più persone. Sembrava una processione, in fila su questa grande strada. Qualche volta ci scansavamo per far passare una mucca, o per evitarne una che si era accucciata in mezzo alla strada. Avevo i piedi infangati e mi sentivo parte di qualcosa di grande, anche se le persone con cui camminavo non le conoscevo. Le persone continuavano ad avanzare, c’era qualche turista come me, che si distingueva netto in mezzo alle centinaia e migliaia di persone per cui quella processione era molto di più. Il silenzio ormai era stato squarciato dal vociare continuo di una lingua indistinta, di cui riuscivo a cogliere solo le vocali strascicate.


Ovunque mi girassi c’erano persone. Vestite di abiti arancioni, vestite di stracci, le fronti adorne di tilaka carmini. Sai, quel puntino rosso che nei film le donne indiane hanno sempre. Voci, gente, caldo. C’era qualcosa di soffocante in quella strada ma incredibilmente io mi sentivo leggera. Poi, in lontananza, il Gange. Il punto di arrivo di tutti noi. Non sono religiosa ma nell’aria c’era una sacralità, un odore di morte e di vita, che invadeva anche me. Più mi avvicinavo alle acque di mother Gange, così chiamano il fiume, e più si alzavano canti antichi, preghiere sussurrate a fior di labbra.


Il sole iniziava a insistere, il cielo diventava rosato. Delle cupe colonne di fumo nero spaccano le nuvole violacee, sono i morti che bruciano, che sperano nella pace eterna perché le loro ceneri verranno gettate, tra pochi minuti, nelle acque sacre del fiume. L’odore è acre, ma nessuno piange. Piuttosto, lanciano nel fiume ghirlande di fiori, accendono piccole candele. E poi, proprio nel momento in cui i primi raggi del sole illuminano il cielo, migliaia di fedeli si immergono nelle acque sporche del fiume. Bagnandosi con l’acqua del Gange, la propria anima viene purificata. E allora l’acqua la raccolgono nelle mani e se la versano sul capo. La conservano in piccoli contenitori. La bevono. Non hanno paura delle malattie perché il Gange è una madre, e una madre non permette che i propri bambini si ammalino. Io l’acqua del Gange non l’ho toccata. Ma quando ho rialzato gli occhi dal fiume e dai fedeli, il sole ormai splendeva nel cielo, e mi sono sentita un po’ figlia del Gange anche io.

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